Lampedusa, la bianca perla d’Africa in Italia

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Lampedusa è vento caldo africano e luce meridiana. Aria asciutta e luce accecante che ti colpiscono, appena varchi il piccolo aeroporto. E comprendi che in questa isola puoi avere un altro passo. Lampedusa, spesso al centro della cronaca, è un’isola di solito quieta, frequentata da turisti affiliati che ritornano ogni anno. È un luogo da scoprire con calma, senza fretta. Numerose sono le spiagge e le calette, ben attrezzate. La sabbia bianchissima e il mare dalle sfumature turchesi chiarissime non hanno nulla da invidiare ad ambientazioni caraibiche. Oltre alla nota Spiaggia dei Conigli, c’è molto altro. Durante il giro in barca, stupisce anche la parte di scogliera. Qui, il mare assume toni verde smeraldo e i fondali sono straordinari.

Il paese di Lampedusa si anima la sera, all’ora dei ricchissimi aperitivi, talmente assortiti da poter sostituire la cena. Protagonista il pesce con le sue infinite variazioni. Questa è un’isola di pescatori, a differenza della sorella nera, Linosa, a vocazione agricola. Due sono i porti, quello nuovo su cui spesso si accendono i riflettori a causa degli sbarchi, e quello vecchio. Quest’ultimo ha un fascino unico ed è stato, durante l’ultima permanenza, la mia location preferita.

Lo ricordavo spoglio, abbandonato con le palme mozze, attaccate dal punteruolo rosso. Ora vive una nuova vita, grazie alle palme reimpiantate e cresciute e il bar sulla spiaggia. È un ottimo punto di osservazione, arieggiato, lontano dallo “struscio” di via Roma, dove si concentra gran parte del movimento serale. Al vecchio porticciolo anche di notte si può godere una calma impagabile, osservando il cielo, con i piedi nella sabbia.

Lampedusa ha anche una parte desertica, brulla, dalle tonalità che vanno dal bianco rosato all’ocra, le cui sfumature si accendono quando cala il crepuscolo. Attraversare questa parte è già un’esperienza. È ancora Italia e ti senti ai confini con l’Africa. Anzi, pochi lo sanno, hai già messo i piedi sulla placca continentale africana. Molti vengono qui di sera ad aspettare il tramonto. Vedere la palla rossa inabissarsi in mare dalla scogliera è un rito da non mancare per rinnovare il patto con Madre Natura che in questo luogo la fa ancora da padrona.

www.lampedusapelagie.it

Le terre del Capo di Leuca

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Capo di Leuca
Immaginate una terra tra cielo e mare, sospesa nello spazio e nel tempo e che attraversa altri immemorabili tempi, fatti di cammini e di approdi. A Capo di Leuca, punta estrema del tacco d’Italia, si può vivere un’armonia calma che sembra lontana anni luce dal turismo vacanziero in cerca di movida. Sono, infatti, in un luogo, dal ritmo lento e dalle atmosfere rarefatte: quello dei pellegrini che da Roma arrivavano a Santa Maria di Leuca, ai confini del mondo. E lo sguardo, da allora a oggi, si perde sempre oltremare verso altri lidi mediterranei, lungo sentieri aspri dalla natura incontaminata. L’itinerario che sto percorrendo ripropone intatta la magia di questo territorio estremo per collocazione geografica e unico per prossimità ad altre terre su altre sponde del Mediterraneo. I cammini religiosi riescono a unire i popoli e quanti siano in cerca di se stessi.

La riscoperta delle vie dei pellegrinaggi e del sale è un altro modo di fare turismo, recuperando il passo del cammino, che è poi anche quello delle nostre sensazioni. Si ha modo di godere di paesaggi straordinari, meditare in splendidi santuari e sostare in piccoli borghi antichi, assaporando le delizie culinarie dei luoghi. Un approccio olistico alla comprensione di un territorio con una forte identità storico-culturale, da poter vivere non soltanto d’estate, ma in tutte le stagioni.

La prima tappa è sulle Vie del Sale di Corsano: sentieri selvaggi tra fichi d’india, macchia mediterranea, muretti a secco e ulivi a terrazza sul mare, che un tempo venivano percorsi dai contrabbandieri, quando il sale era monopolio di Stato. Percorro l’intero sentiero vista mare, inerpicandomi tra la boscaglia fino alla pozza sulla scogliera da cui si estraeva il sale. E mi sento un po’ come quei contrabbandieri, detti anche “scarcagnati”, perché li percorrevano a piedi nudi per fuggire dai finanzieri.

Proseguendo verso Sud troviamo il Ciolo, con la sua litoranea costruita a ponte su una scogliera a strapiombo sul mare. Fenditura blu è il paradiso dei tuffatori. Per arrivare a Santa Maria di Leuca, De Finibus Terrae, ultima tappa dei pellegrini, attraverso percorsi tra macchia e muretti a secco. Qui sorge il famoso Santuario, eretto sul tempio della Dea Minerva. Siamo al limite delle terre, con lo sguardo verso il mare, incorniciato dalle arcate. Fisso bene a mente l’armonia quasi metafisica del complesso monumentale, perché pochi chilometri più a Nord, abbiamo Leuca piccola, frazione di Morciano di Leuca, una riproduzione fedele in miniatura del grande santuario di Leuca, con le sue arcate dove un tempo si svolgeva il mercato, la chiesetta e il rifugio sotterraneo per i pellegrini.

Altra tappa dei pellegrini degna di nota è il Santuario di Santa Marina, nella piccola frazione di Salve, Ruggiano, luogo di venerazione della Santa orientale Marina protettrice dalle malattie del fegato sotto il segno dell’arcobaleno.

Percorsi di bellezza e di fede. Non si può mancare Alessano, paese di don Tonino Bello. La sua casa natia e la sua tomba, meta di continui pellegrinaggi, hanno reso Alessano la capitale del turismo religioso in Puglia, dopo San Giovanni Rotondo. Papa Bergoglio ante litteram, per il suo esempio di umiltà e semplicità, aveva aperto le porte del vescovado agli ultimi. Morì a soli 52 anni nel ’94, dopo aver partecipato alla marcia per la pace a Sarajevo. Oltre che alla fondazione di Don Tonino Bello, Alessano merita una visita anche per il suo centro storico con la grande chiesa madre, il quartiere ebraico e gli eleganti palazzi gentilizi.

Senso di vita, senso di morte. Le forme di scheletri che decorano l’altare laterale della Madonna del Carmine nella chiesa madre di Gagliano del Capo mi ricordano che siamo di passaggio. Nella chiesa si conservano tele pregiate della scuola napoletana, come quelle del Oronzo Tiso. Inoltre, Il paese, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, è caratterizzato dalla presenza di ben due centri storici. Un’altra sosta merita Tiggiano, dall’imponente palazzo-castello magistralmente restaurato con la torre colombaia e un grande parco divenuto spazio aperto ai cittadini.

Ma il viaggio lungo la via dei pellegrinaggi non può non fare sosta a Salve, nota per le sue case a torre (case fortificate contro l’avanzata dei Turchi che assalivano il Salento dal mare tra il XVI secolo e il XVII secolo) e il frantoio ipogeo dove una volta si produceva l’oro del Salento: l’olio di oliva lampante (oltre a quello per la tavola) usato per illuminare le vie, le piazze e le case di grandi città europee. Salve custodisce inoltre l’organo più antico di Puglia ancora funzionante nella chiesa madre (1628).

Altro momento topico del nostro itinerario di fede e di bellezza è poi la Centopietre di Patù, monumento funebre costruito con i lastroni dell’antica città messapica di Vereto, per onorare Gimignano, un ambasciatore che nel IX secolo portò ai nemici saraceni un messaggio di pace, ma venne barbaramente trucidato. La sua tomba, la Centopietre, si trova ora accanto alla chiesa di San Giovanni.

Cammini, sentieri percorsi dalla notte dei tempi, che attraversano paesaggi meravigliosi e mari a delimitare altri confini per altre rotte. Non si possono, infatti, dimenticare la spiaggia delle Pescoluse color del deserto, marina di Salve o le sorgenti della vicina Torre Vado, polle d’acqua dolce che sgorgano tra gli scogli formando un idromassaggio naturale. Le terre del Capo di Leuca sono questo e molto di più, perché sono luoghi dell’anima; terre custodi di storie di viandanti che ci raccontano quello che siamo e che siamo stati. Narrazioni queste che da sempre affascinano quei visitatori-esploratori che, attraverso il viaggio, cercano e si trovano.

www.leuca.info

L’estate in Salento ricordando i riti della Settimana Santa

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Estate in Salento - panorama
Il Salento è un luogo di confine. Tacco d’Italia, lambito da due mari, reca con sé memorie di antichi approdi di altri popoli, di cui custodisce la memoria nella complessa tessitura della sua cultura. Forte di un’identità fatta di luce meridiana e di sapori è in realtà uno scrigno di tante altre identità. Stratificazioni di memorie, incise nella materia delle architetture, ma anche nelle celebrazioni, nei riti. Lontani dall’alta stagione che reca folle di turisti e di bagnanti, possiamo godere di queste evocazioni antiche, possiamo sentire questa terra parlare. E noi possiamo metterci in ascolto. Il nostro racconto si snoda dall’alto, da una postazione privilegiata, torretta verso l’orizzonte blu. Siamo nel Relais Corte Palmieri di Gallipoli, dimora storica nel cuore della cittadina antica a due passi dalla spiaggia della Purità.

E’ il giovedì santo e abbiamo scelto questo sito straordinario per partecipare ai riti di Pasqua. In attesa che cali la sera e aprano i Sepolcri, dalla terrazza solarium del Relais, godiamo di una vista a 360 gradi verso il mare, verso il centro antico fatto di strade e vicoli tortuosi. E volgendo lo sguardo intorno, ad ampio raggio, forte sale un senso di spaesamento. Le suggestioni hanno echi lontani, mediterranei. Sembra di essere su un’isola greca o in una cittadella del medio-oriente. Cala la sera e scendiamo in strada quando i portoni delle chiese si aprono per la visita agli altari della reposizioni, meglio noti come “sabburchi”. Intorno regna il silenzio. La devozione è autentica. Si peregrina, insieme alle Confraternite, tra le varie chiese per adorare l’Eucarestia. L’arrivo degli incappucciati è annunciato da uno squillo di tromba, mesto e prolungato, che fende la notte. Accompagna il loro incedere il rullo dei tamburi, accompagnato dal suono della “trozzula”, strumento in legno con battenti metallici. La mia memoria corre alla “Semana Santa” andalusa. Per un attimo, rivivo le sensazioni provate a Siviglia. Anche i cieli blu cobalto che si stagliano sul bianco delle case vi assomigliano.

Il nostro viaggio prosegue a Copertino, terra natale di S.Giuseppe. E’ il venerdì santo e proprio in questo luogo, a forte vocazione spirituale, splendido centro immerso tra il verde argenteo degli ulivi, il rito della Passione e della morte di Cristo trova il suo acme. Insieme alla folla raccolta e silenziosa attendiamo che esca il Cristo deposto dalla Chiesa di San Giuseppe Patriarca. Qui il viaggio si fa intimo, introspettivo. Il dolore della Madre è il nostro dolore, mentre la processione si snoda a un ritmo lento e cadenzato nel percorso di celebrazione di una morte sacra che prelude alla resurrezione per il credente e alla rinascita per il laico. Rito di Pasqua e inizio di Primavera. Il dolore che purifica e fa risorgere. La processione si ferma di fronte a ogni Parrocchia e ogni volta echeggia il medesimo canto “Udite figlie”, fatto di voci antiche di donne, perse in un tempo lontano, remoto. L’iterazione della melodia genera un crescendo di sensazioni, di viaggi interiori che appartengono a una geografia dell’anima. Non ha torto il sindaco Sandrina Schito nell’affermare che tale rito, così come tramandato nella tradizione copertinese, “può essere inserito in quei percorsi del Mediterraneo che hanno la loro rappresentazione vera in tutti i luoghi del Sud, dalla Sicilia, passando per Gallipoli, i Perdoni di Taranto fino ad arrivare a Siviglia”. E d’altro canto, proprio inoltrandoci nel ritmo lento della processione, abbiamo modo di guardarci intorno, di osservare, assaporando le evocazioni di questo luogo che ha visto intersecarsi e fondersi sul suo territorio differenti culture.

Dalla dominazione greca, passando per le dinastie normanne, sveve, angioine, nel 1400 Copertino fu poi conquistata dagli Aragonesi, per poi essere ceduta nel 1498 ai Granai Castriota, albanesi, la cui presenza lasciò il segno nella storia di Copertino. In particolare, si deve alla volontà del marchese Alfonso Granai Castriota, generale di Carlo V, la realizzazione dal 1530 al 1540 da parte dell’architetto Evangelista Menga dell’imponente complesso fortificato, il Castello, centro focale di straordinaria bellezza architettonica. Impostato su una pianta quadrilatera, l’edificio ingloba precedenti costruzioni tra cui il mastio angioino. Struttura difensiva, perfetta macchina da guerra, colpisce alla vista per le perfette geometrie architettoniche che armonizzano al suo interno diversi corpi di fabbrica di epoche differenti. Purezza. Linearità. Percorriamo le scuderie, le gallerie, ci apriamo sul cortile, visitiamo la cappella di S. Marco. Siamo stupiti da tanta meraviglia.

Rimane un ultimo passo: tornare verso l’alto. E proprio da una postazione panoramica il nostro viaggio era partito. Siamo sul “Vigneto sul Castello”, un progetto unico al mondo nato dalla collaborazione tra la Cupertinum, Antica Cantina del Salento nata nel 1935, la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici di Lecce, Brindisi e Taranto, la Direzione del Castello di Copertino e il Polo Museale della Puglia. Il vigneto in cima al Castello, da cui il nostro sguardo si espande, è il simbolo di un circuito territoriale virtuoso tra produzione vitivinicola di qualità, cultura, storia e turismo. L’idea realizzata diventa, quindi, pregnante e si stratifica di contenuti perché come afferma Francesco Trono, presidente della Cantina Cupertinum, “la storia di Copertino, la bellezza del suo Castello, l’importanza della vitivinicoltura salentina si fondono in questo progetto innovativo, ma denso di rimandi storici”.

www.salento.com

Diversi toni di blu: il Salento coast to coast

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Salento

Le coste del Salento riservano sorprese. Anche gli appassionati visitatori di questo territorio possono scoprire sempre nuovi luoghi, diversi per morfologia, suggestioni e diversi toni di blu, perché qui sono le tonalità del colore a farla da padrone.

Il nostro straordinario “on the road” tra i due mari parte dalle Marine di Melendugno, morbide e bianche spiagge sull’Adriatico.

Ma il primo colpo d’occhio spetta ai Faraglioni di Sant’Andrea, sentinelle chiare che si ergono dall’acqua quasi avessero vita propria. Vere e proprie sculture di roccia. Il grande scoglio, denominato “Lu Pepe” con il suo arco naturale disegna una scenografia naturale così potente da essere divenuto meta prediletta di set cinematografici. Così come desta stupore il faraglione, la cui conformazione assomiglia all’Italia: uno stivale con tanto di punta e piede in mezzo al mare. Qui l’acqua tocca le tonalità più variegate, dal verde smeraldo al blu intenso e ampi scenari visivi si aprono al nuotatore più esperto che, magari, armato di maschera voglia perlustrare i meandri più interni delle grotticelle scavate e dell’insenature. Ma per chi ama il relax sulla sabbia e lidi più sicuri, c’è a pochi passi la spiaggetta di Sant’Andrea, situata nel borghetto dei pescatori, anch’essa caratterizzata dal suo bel faraglione, questa volta a forma di sfinge.

Continuando il nostro viaggio, poco più a nord, troviamo Torre dell’Orso, baia che si distende languida tra due svettanti falesie con una pineta cresciuta tra le dune a far da chioma. La spiaggia appare come incastonata e la sua acqua è di un azzurro cristallino.

A due chilometri di distanza c’è una tappa imperdibile. Si tratta della Grotta della Poesia Grande a Roca Vecchia: inserita dalla stampa e dai lettori del National Geographic nella top ten delle piscine naturali più belle del mondo. La palma conquistata attrae turisti, desiderosi di immergersi in questa cavità, caratterizzata da mirabili cromatismi. La Poesia, il cui nome allude alle fonti di acqua dolce che sgorgavano dalle pareti, è collegata al mare aperto e alla Grotta della Poesia Piccola, luogo di incisione di preghiere in greco, latino e messapico da parte dei naviganti che invocavano la protezione della divinità. Dio Tutor per i latini, Thator per i Greci e Thaotor per i messapici: le incisioni ci parlano attraverso il tempo. Così come natura e storia sono il binomio della località di Roca. Sulla scogliera si affacciano, infatti, le rovine del castello medioevale e del sito archeologico, un villaggio abitato dall’età del Bronzo fino all’alto Medioevo.

Nota dolente di fronte a tanta bellezza, lo scellerato progetto che vuole far approdare proprio sulle Marine di Melendugno e in particolare sulla spiaggia di San Basilio, un grande gasdotto, la cui realizzazione vede l’opposizione della Regione Puglia, del Comune di Melendugno e dei cittadini. Sarebbe uno scempio per le marine, la cui bellezza incontaminata è stata anche certificata anche dall’ottenimento della bandiera blu, delle cinque stelle di Legambiente e dalla Bandiera Arancione del Touring Club.

Allontaniamo il pensiero nero, immergendo lo sguardo nel blu dell’orizzonte nel punto dove per primo sorge il sole e la mente corre verso altre coste, verso altri lidi. Siamo al Faro della Palascia, la punta più orientale d’Italia, dove il Salento ritrova la sua vocazione di terra di confine, luogo di accoglienza proteso verso il mare, crogiuolo sincretico dell’incontro di diverse civiltà che hanno forgiato lo straordinario carattere salentino.

Dalla visione in lontananza del faro cogliamo il senso intero di una storia, ma è anche la camminata in avvicinamento che ci colpisce. Si arriva, infatti, al faro attraverso sentieri tagliati nella roccia, dove crescono le essenze odorose della macchia mediterranea, quali la Ferula, pianta sacra alla Dea Minerva, cui è consacrata l’intera valle passando da Otranto a Minervino, passando per Castro ove sono state rinvenute le rovine del suo grande tempio e la statua in pietra leccese.

Paesaggio, storia, mito, attualità. Il percorso sensoriale ed evocativo ci conduce all’oggi. Perché il Faro della Palascia ha trovato una nuova vocazione, come luogo al centro di una narrazione che poi è prettamente territoriale. Qui il Centro di educazione ambientale, guidato dal giornalista Elio Paiano accoglie le scolaresche per raccontare la storia del Faro, della sua flora e fauna e persino dei suoi fossili. Per i più arditi, si organizzano anche visite notturne per osservare le costellazioni.

Mentre per i più romantici è nato il Ristorantino del Faro, luogo di degustazione delle specialità enogastronomiche della tradizione salentina, cucinate rigorosamente con i prodotti del territorio e insaporite dalle essenze che crescono in loco.

Roca – visite guidate – www.uniroca.it

Iberotel Apulia: programma antistress in un ecoresort da sogno

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ecoresort Iberotel Apulia

Ritrovare se stessi in un luogo da sogno. Immergersi nel proprio tempo interno. Ma per vivere un’esperienza globale di riappropriazione dei propri ritmi era necessario un ambito perfetto, dove il contesto naturale, le architetture e il cibo, cooperassero per recuperare il “senso”.

Questo “locus amenus” è l’ IBEROTEL APULIA. Situato all’interno del Parco naturale dell’Ugento, l’ ecoresort costruito in pietra leccese dura, rappresenta un perfetto esempio di bioarchitettura rispettoso del paesaggio e dei parametri ecologici, quali il riutilizzo delle acque reflue, l’azzeramento dell’uso delle plastiche, la riduzione di immissione di anidride carbonica nell’aria, la raccolta differenziata. Parametri che gli hanno permesso di conquistare il titolo di Campione ambientale Tui (Tui Umwelt Champion) e Gold TraveLife Award.

Le camere affacciate su corti sono allietate da piante e giardini. Di grande impatto visivo è inoltre il parco piscine, riscaldato e quindi fruibile anche in bassa stagione. Un parco acquatico questo, corredato da getti idromassaggio e scivoli nelle aree per i più piccini.

E in un luogo come questo non poteva mancare la SPA, completa di sauna, biosauna, bagno turco e docce emozionali, oltre ai numerosi trattamenti benessere proposti.

Ma la straordinarietà del resort viene amplificata dalla sua collocazione. Superando la pineta e le dune di macchia mediterranea c’è il mare. La passeggiata che ti porta sulla spiaggia è essa stessa un percorso emozionale. Nel silenzio e nella quiete della pineta si percepiscono profumi, cinguettii di uccelli e lo sciabordio delle onde in avvicinamento. Ed è in tutto che questo che si può assaporare la meraviglia, come un tornare indietro nel tempo, prima che la cementificazione rovinasse oasi ecologiche tanto armoniose.

Per tutti questi motivi, IBEROTEL APULIA aveva le caratteristiche giuste per divenire la sede dell’Antistress Accademy guidata da Simon Elliot, con la consulenza del dottor Mirco Turco.

L’idea progettuale denominata UNIQUE ANTISTRESS QUALITY è lanciare un Sistema di Certificazione in materia antistress, un nuovo brand indirizzato al singolo, al gruppo e alle aziende e inteso come sistema unificato di informazione, formazione e “buone prassi” in materia antistress e benessere. L’approccio è a 360° perché nel team, oltre a coach Antistress e Mindfulness, sono presenti anche maestri yoga, tai chi e qi gong. In un approccio olistico, che considera il rapporto mente-corpo nella sua armonia, non poteva mancare l’attenzione al cibo, attraverso la presenza di una Food Therapy Consultant (Paola Di Giambattista) perché noi siamo quello che mangiamo. D’altro canto l’attenzione alla qualità del cibo con prodotti a km zero e la varietà dell’offerta è, come dire, “la ciliegina sulla torta” di un luogo che sembra il paradiso.

www.iberotelapulia.com - [email protected]

Montreux e il suo magico mondo di Natale

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Montreux - luminarie
(foto di Simon Brown)

Molti artisti vi hanno trovato la pace. Scrittori, poeti, musicisti e pensatori lo hanno scelto come terra d’elezione per risiedere e creare. Questo perché la città di Montreux è un luogo che assume un fascino particolare in tutte le stagioni. Ora, con l’approssimarsi del Natale, è il momento delle luci che si riflettono sull’incredibile lago, tanto ampio da sembrare un mare. Incanta la scenografia del tradizionale Mercato di Natale. Giunto alla sua 18° edizione, il mercato con i suoi 150 chalet segna il passo del lungolago, come una linea giocosa e illuminata che sa di festa, di atmosfere calde, di regali da scartare sotto l’albero. Animazioni musicali e specialità culinarie, che vanno dalle piatti tipici locali, raclette e fonduta, fino ad arrivare alla cucina europea per ritagliarsi momenti di pausa, convivio e degustazione. Da non mancare, la ruota panoramica, da cui si può apprezzare la straordinaria vista sulla baia.

Ma per fare un salto temporale e vivere le atmosfere dei mercati medievali, si deve andare al Castello di Chillon. La residenza fortezza, fatta costruire dalla famiglia Savoia nel 13° secolo, si insinua sul lago, quasi sorgesse dall’acqua stessa. Residenza, arsenale, prigione — percorrendo il castello si possono vivere le numerose anime del monumento, che nel corso del tempo ha subito trasformazioni e restauri. Ora, in attesa del Natale, il castello rivive nei suoi spazi principeschi: la drogheria e la cucina dove, prenotando in anticipo, si può consumare un pasto medievale, ma anche le sale, le camere, le sue numerose scale dove godere di prospettive sfalsate, saliscendi, degne di un’opera di Escher. Spettacoli in costume, laboratori artigiani, musica, tiratori di balestra: nel castello, la rivisitazione storica si fa presente e il visitatore si emoziona perché può ritornare al passato in un contesto di sogno, ascoltando storie e antiche gesta cavalleresche anche grazie al Festival del racconto.

Il Natale è anche neve, candore e paesaggi montani. Luoghi un po’ remoti, dove i bambini sognano di trovare proprio lui, Babbo Natale. Pensato per i più giovani, per i loro genitori ma anche per chi voglia ritrovare la propria fanciullezza, il percorso di viaggio con il trenino a cremagliera che sale fino a Rochers-de-Naye, ben 2032 metri di altitudine, è di per se stesso un’esperienza. I cambiamenti di paesaggio, la vista del lago in lontananza, la montagna in tutta la sua imponenza: sono questi i momenti indimenticabili che fanno da punteggiatura alla salita verso l’alto.

Ma prima di raggiungere la grotta di Babbo Natale, è d’obbligo una tappa a Caux, villaggio dai panorami straordinari e boschi incantati popolati da personaggi di fiaba, dove spazi di gioco, animazioni e laboratori allietano i bambini, in attesa di incontrare il grande personaggio delle feste.

Perché proprio in cima alla montagna, l’incredibile trenino fa la sua ultima tappa. Qui, i bambini potranno finalmente incontrare il mitico vecchietto delle nevi, che li accoglierà nella sua grotta. Per i più sognatori ed amanti dell’avventura, c’è anche la possibilità di trascorrere la notte in una yurta mongola, attrezzata e riscaldata, dove Babbo Natale in visita consegnerà i regali, dispensando ai bambini i suoi paterni consigli.

Svizzera Turismo - www.svizzera.it - [email protected]
Montreux Riviera - www.montreuxriviera.com (in francese) - www.montreuxnoel.com
Swiss Travel System - www.swisstravelsystem.com
Swiss International Air Lines - www.swiss.com

I gioielli di Amalfi

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corallo su una spiaggia ad Amalfi

Esistono luoghi di sapore antico, scolpiti dalla perizia faticosa e dall’inventiva degli uomini attraverso una lunga storia. La costiera amalfitana, stretta tra cielo e mare, è proprio così ed il mese di novembre restituisce all’osservatore l’originaria suggestione di terra impervia e straordinaria. Nella stagione lontana dalle folle estive, l’occhio può finalmente perdersi nei terrazzamenti delle coltivazioni di limoni, nelle esplosioni dell’estro di natura, nei colori tersi. Ma soprattutto colpiscono le costruzioni ardite, ritagliate in piccole insenature con i tanti gradini da percorrere.

Qui si ritrova il genio locale, la fantasia di soluzioni architettoniche all’apparenza impossibili dove la necessità sposa l’arte e la bellezza mai viene meno. Incredibile a dirsi ma la tradizione artigiana locale della lavorazione del corallo, dei camei e dell’oro esprime lo stesso imprinting di fantasia e sapienza secolare, tramandata attraverso il susseguirsi delle generazioni, fin dai tempi di Federico II. Quando gli orafi napoletani erano famosi in tutto il Mediterraneo per la maestria con cui confezionavano i loro gioielli.

Pezzi unici, irripetibili ieri; oggetti di inimitabile fascino anche oggi perché quella storia antica si rinnova nell’attualità dei laboratori, delle piccole e medie imprese operanti sul territorio, ma anche nelle grandi firme del settore che hanno ormai conquistato la ribalta internazionale. Sapienza antica calata in una visione moderna. Manifattura artigiana e design: questo connubio rappresenta la carta vincente delle attuali scelte commerciali e produttive del settore.

L’evento-manifestazione Italian Jewellery Award, prima edizione del Premio dedicato all’arte orafa italiana, ha voluto celebrare ad Amalfi e promuovere proprio questa pregevole tradizione. Nata grazie alla collaborazione tra l’Assessorato all’Agricoltura ed alle Attività Produttive della Regione Campania ed EMAP- Spring Fair International, già organizzatore dei prestigiosi UK Jewellery Award, l’iniziativa intende favorire lo sviluppo e la promozione dell’oreficeria campana, ponendosi però nel più ampio contesto di rilancio del gioiello “Made in Italy.

A fare da sponsor della manifestazione i principali consorzi orafi campani, come Vulcano, Oromare, Antico Borgo Orefici, il Tarì, e la città di Torre del Greco, fin dal 1800 luogo privilegiato di arte incisoria ed oggi sede di oltre la metà (375) delle aziende totali (700) della regione Campania, operanti nel settore del corallo e dei camei.

Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Amalfi – sito ufficiale